Il pensiero poetico di Felice Mastroianni: il Mediterraneo come metafora

La poesia - scrive Mastroianni nella Premessa a L'arcata sul sereno - è "come un'azzurra 'arcata' aperta sul 'sereno' del mito e della speranza, e cioè della fanciullezza che rivive come una favola, e della morte sentita come arcano approdo oltre il cerchio dell'ombra sempre più densa. E il presente? Ma il presente è tutto in questa ricerca d'una luce lontana che dà senso di altitudine e di liberazione dell'anima" (in Quest'ombra sul terreno, cit., p. 35). Ma la poesia è anche un domandare e un domandarsi, un cercare. Si potrebbe dire con Friderich Holderlin che poetare vuole significare cercare l'altro, per cui la poesia è il dialogo che noi siamo. Non è per caso che dei versi di Holderlin siano stati posti come epigrafe all'inizio di Quest'ombra sul terreno.

In Mastroianni c'è un dialogare sempre cercato, anche per uscire dalla solitudine che lo avvolge e che avvolge il mondo. Un dialogo con "il paese degli uomini sempre vivi", con gli umili che rappresentano la sua terra, con il contadino Rocco, con il quale si iden-tifica, con la natura, con le cose semplici, con quel "rapporto di cuore" che sembra essersi perduto, con la pietà del passato. La poesia diventa, quindi, sublimazione, qualcosa che trascende la specificità del reale per assumere una dimensione che in termini laici potremmo definire divina. Per il poeta di PIatania, poi, la relazione tra Dio e poesia e tra natura e Dio è inscindibile: potremmo persino dire che per lui natura e Dio assumono una sorta di identità, natura sive Deus.

La relazione Dio e Poesia è resa esplicita in Disincanto, della Trilogia neoellenica: "Ho vinto il timore/ del mio secolo di ferro,/ ma sono disarmato./ Non ho che questo mio cuore./ Leggete dentro il mio cuore:/ troverete due nomi: / Dio e poesia" (Trilogia, cit., p. 128). L'amore per Dio e la poesia fa pensare a Mario Luzi, amico del poeta di Platania e, tra l'altro, prefatore della raccolta Il vento dopo mezzodì. Il poeta fiorentino ritiene che dove finisce la poesia comincia la preghiera, anzi che "l'alta poesia" sia preghiera perché è il massimo della comunicazione linguistica e concettuale che ha la capacità di relazionarsi con l'assoluto. Una sorta di ritorno al verbo originario - vedi Vangelo di Giovanni - a quel verbo che si fece carne e stabilì per amore, una relazione-rivelazione tra il divino e l'umano attraverso la parola.

La poesia appare a Mastroianni anche come un ritorno dall'esilio del mondo, un recupero della genuinità e della ingenuità, della solidarietà, della serenità e della felicità che, forse, furono attraverso la parola poetica. Per lui è importante "che ci sia un cuore di poeta" che sappia ricreare la favola del paese degli uomini sempre vivi. "Ogni paese del mondo può essere un paese d'uomini sempre vivi, ma a due condizioni: che, come nel mio, su ogni culla che dondola e su ogni bara si ripieghi, in sorriso o in pianto, il volto di tutti, il cuore di tutti; e che ci sia un cuore di poeta che sappia ricreare una favola d'uomini sempre vivi". Ma teme che, quando il suo cuore si spezzerà, anche la favola non possa più essere raccontata. Si augura, però, che "possa esserci un altro cuore che la resusciterà".


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