Il pensiero poetico di Felice Mastroianni: il Mediterraneo come metafora

Perché "tutti coloro che avremo fatto l'ultimo cammino verso il poggio che guarda il mare lontano, ci faremo trovare d'incanto sulla soglia di casa o per le vie, col nostro sorriso, con le nostre voci, col nostro cuore, perché la bella favola non si spenga e la cara illusione d'un poeta viva ancora per la memoria e il conforto degli uomini" (Il paese degli uomini sempre vivi, cit. p. 96). Forse la "cara illusione di un poeta" può rendere più accettabile e più vivibile la vita, anche attraverso i ricordi, l'amaramenti, che non è, come scrive Oreste Borrello in La poesia dei ritorni, l'amarcord felliniano; è, piuttosto, quel "fiotto mnemonico ed improvviso, ma che ha in sé la necessità e la vastità del grande affresco" (Borrello, La poesia dei ritorni, cit., p.143).

Il ricordare nella poesia di Mastroianni si proietta nel presente, attraverso un "religioso realismo" in cui il mito assume una dimensione importante e qualificante perché fa parte di "una memoria che si rivela storicamente mitica e non miticamente storica" (O. Borrello, La poesia dei ritorni, cit., p. 1 71). Si può ancora sostenere con Borrello che Mastroianni è "poeta della memoria che non dà gioia, anche, ma che pure insegna a vivere nel dolore accettato, nel rimpianto di ciò che segretamente si vuole credere che sia gioiosamente avvenuto" (Borrello, La poesia, cit. p. 171). Un poetare tragico, quello di Mastroianni, che attraverso la memoria, l'amaramenti, il mito, la favola, il ritorno alle origini primigenie e non solo, vuole rendere più sopportabile il dolore del vivere.

Forse é vero, la poesia e la filosofia, come direbbe Nietzsche, esprimono l'essenza tragica del mondo e cercano anche di dare senso a ciò che sembra non averne, alla vita stessa, a quel tramonto che potrebbe annunciare l'alba e il meriggio, per raggiungere, forse, la meta. "Non fuggite da me,/ Angeli del silenzio e della solitudine!/ Ho bisogno di voi. Ho camminato tanto./ Sono un sopravvissuto./ E ora sono quasi vicino alle mie origini primigenie./ Sento le foglie umide/ tendermi le loro bocche/ come coppe inebrianti di purezza" (Angeli del silenzio e della solitudine, in Trilogia, cit. p.212). Il ritorno al passato, alle origini primigenie, attraverso la poesia, dovrebbe dare conforto alla triste condizione esistenziale dell'uomo d'oggi, non certo la modernità. Ma si domanda il poeta: "Può salvarci dai giorni che saranno/la pietà del passato?" (Lettera a Paolo Calangianus, in Quest'ombra sul terreno, cit. p.156).

La parola e, quindi, la poesia assumono in lui una funzione quasi sacrale e hanno come scopo di rendere più sopportabile la condiziona umana, il passaggio di "quest'ombra sul terreno".


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