La judeca di Nicastro

Per la sua caratteristica conformazione, la judeca di Nicastro era un quartiere naturalmente chiuso e appartato, circondato com'era dai due corsi d'acqua che costituivano una sorta di difesa naturale per cui non c'era bisogno di mura di cinta. L'entrata era unica dal basso verso l'alto attraverso una gradinata. Anche per le limitazioni che le venivano imposte dall'esterno, la comunità ebraica era come una vera e propria istituzione extraterritoriale nel paese, con i suoi usi, i suoi costumi, le sue leggi, i suoi privilegi. La judeca di Nicastro per la sua posizione geografica costituiva un punto di riferimento e di ospitalità per gli ebrei di passaggio che, specialmente in periodi di persecuzione, si spostavano da sud verso la Calabria settentrionale. Sotto gli aragonesi risulta tra quelle che erano sottoposte periodicamente ad un apprezzamento o catasto generale dei beni. L'operazione veniva eseguita sotto la sorveglianza di un commissario regio. Le dichiarazioni venivano controllate e poi trasmesse a Napoli. C'erano poi altri balzelli da pagare come il rimborso del salario di mille ducati per il bajulo generale, il sussidio agli eventuali inquisitori, il compenso quando gli ebrei della judeca erano esentati dal segno distintivo. C'erano inoltre le altre tasse a cui gli ebrei nicastresi dovevano concorrere al pari dei cristiani in occasione di ricorrenze a corte, come matrimoni, incoronazioni, nascite di figli, ed anche in caso di guerra. Erano i cosiddetti donativi o collette. Una tassa specifica e particolare da pagare era la morthafa che consentiva agli ebrei la libertà di culto. Essa era versata al vescovo che esercitava la sua giurisdizione sulla judeca per mezzo di alcuni canonici della cattedrale. Proprio sulla riscossione di questo tributo particolare scoppiarono spesso contrasti tra il vescovo e l'Università in quanto entrambi lo pretendevano.


Il ponte per la judeca

La popolazione nicastrese dimostrò sempre, se non proprio intolleranza nei confronti degli ebrei, una palese diffidenza. In quei tempi di estrema miseria gli ebrei erano guardati con invidia e avversione soprattutto a causa della loro ricchezza. Però essi erano indispensabili non solo per i ceti abbienti bisognosi di denaro, ma anche per il popolo che ricorreva a loro per piccoli prestiti a interesse o a pegni onde poter far fronte alle esose imposizioni fiscali. Quale lingua parlavano gli ebrei di Nicastro? Come comunicavano con la gente? In famiglia tra loro o quando non volevano farsi capire dai cristiani parlavano ovviamente in ebraico. Invece con gli altri, almeno dal 1200 in poi - come sostengono gli esperti in materia - si esprimevano in una sorta di linguaggio che aveva per base il dialetto locale al quale si intrecciavano termini del vocabolario ebraico. Una caratteristica degli ebrei era quella di dare al loro discorrere una particolare intonazione, pronunciando le parole in modo diverso (come oggi gli extracomunitari). Dall'esame di alcuni registri fiscali conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli si ricava che anche nella judeca di Nicastro, come in altri centri calabresi, gli ebrei erano commercianti in tessuti (seta, lana, cotone) e gioielli. Alcuni, utilizzando le acque del torrente Canne, facevano i conciatori di pelli e i tintori di panni, altri commerciavano in frumento e bestiame e in altri generi commestibili. Altri mestieri erano la lavorazione del ferro e del rame nelle caratteristiche forge, l'oreficeria e l'argenteria. Un capitano tutelava l'ordine del quartiere. L'ingresso della judeca veniva aperto all'alba e chiuso al tramonto. Perciò i cristiani vi potevano entrare solo di giorno per fare acquisti o chiedere prestiti a interesse o in cambio di pegni.

Pur costituendo una comunità emarginata e non partecipando alla vita politica e amministrativa, gli ebrei nicastresi, superando le difficoltà linguistiche, si inserirono prepotentemente nel tessuto economico ed avevano per questo una costante presenza giornaliera nel mercato sottostante il quartiere giudaico e, soprattutto, un ruolo preponderante nelle fiere che si tenevano a Nicastro e nei paesi vicini. A partire dal 1476 essi ottennero che, se l'inaugurazione della fiera coincideva con il sabato o con altra festività ebraica, i mercanti ebrei che vi erano affluiti fossero esentati dal partecipare al solenne corteo di apertura con tutte le autorità pubbliche e il gonfalone cittadino in testa.

Accanto a quelli più facoltosi, che esercitavano soprattutto la mercatura, c'erano anche i piccoli artigiani, i merciaioli, i cosiddetti rivenduglioli. Tutti insieme con le loro varie attività costituirono il primo vero e proprio nucleo di industriosi imprenditori, contribuendo con la loro intraprendenza ed operosità alla trasformazione economica del territorio nicastrese. La loro presenza economica era esclusivamente urbana sia perché l'agricoltura costituiva l'occupazione meno rispondente alle attitudini degli ebrei sia perché per legge era loro vietato di diventare proprietari terrieri. Però non bisogna dimenticare che furono proprio loro ad introdurre la lavorazione della seta con tutto ciò che questa attività comportava in termini di lavoro, di commercio, di circolazione del denaro. Ricordiamo che Catanzaro nel 1400 era il principale mercato serico d'Italia e che questa attività era quasi completamente concentrata in mani ebraiche. Inoltre gli ebrei furono i primi ad introdurre la tintura dei drappi con l'indaco.


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