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La judeca di Nicastro |
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La judeca di Nicastro, come tutte le altre, dovette essere abbandonata dagli ebrei in seguito alla prammatica di espulsione del 1510. Non tutti però lasciarono il territorio. I più, infatti, cercarono rifugio nelle zone interne. Un gruppo trovò accoglienza e sistemazione a Zangarona, villaggio di albanesi, sorto nella metà del XV secolo insieme ad altri casali di origine albanese come Vena di Maida, Amato e Gizzeria. Zangarona è un esempio non solo di solidarietà, ma di pacifica convivenza di due etnie. In particolare non solo dalla judeca di Nicastro, ma anche da quella di Amantea, diverse famiglie ebraiche si rifugiarono all'interno al di là del Reventino, in teritorio di Martirano e nella valle del fiume Salso in territorio di Conflenti Soprani. Questa località, assai internata, offriva tutti i requisiti che consentivano loro di poter continuare a mantenere la propria identità e ad esercitare le loro attività: località appartata e ricchezza di acqua. L'acqua abbondante dei ruscelli di quel sito garantiva loro lo sviluppo di attività tipiche che sarebbero rimaste nella popolazione di Conflenti Soprani: conciatori di pelli, tintori, cestai, barilai, pettinai, lavoratori della cera e del miele. Furono essi, inoltre, a introdurre anche nei paesi del Reventino la coltura del gelso e la lavorazione della seta.
Il vuoto lasciato dagli ebrei a Nicastro nel campo del prestito a interesse si cercò di colmarlo con l'istituzione del Monte di Pietà che, come si legge nello statuto, aveva lo scopo di "dare prestiti su pegni senza agio per i poveri". Esso però, - come denunciava il vescovo di Nicastro - essendo finito ben presto nelle mani di affaristi, deviò dalla finalità benefica prevista dal Concilio di Trento come "commodum pauperum previis pignoribus". Anziché dare i prestiti ai poveri bisognosi, gli amministratori li davano a se stessi e ai propri congiunti impegnando però - come denunciava il vescovo - oggetti di nessun valore quali "pezze e stracci di lana e tela i quali per essere stati impegnati per più di 15 anni sono consumati da tarme e sorci". Il vescovo cercò di correre ai ripari perché il Monte di Pietà non andasse del tutto in rovina. Pertanto deputò il vicario vescovile e il cappellano maggiore della cattedrale, un procuratore e un notaio per verificare i conti e far pagare quelli che avevano sottratto i soldi. Ma dovette amaramente constatare che, per recuperare i soldi rubati, ci sarebbero state molte difficoltà dal momento che, essendo gli amministratori del Monte dei laici, non si sarebbero fatti processare dal tribunale ecclesiastico. Il popolo, vivendo nella miseria, oppresso dal bisogno, era costretto a ricorrere all'usura specialmente in seguito a sciagure e calamità. In questo caso i Monti di Pietà dovevano soccorrere le popolazioni così come conclamavano gli statuti. Invece proprio le masse contadine restavano escluse dai prestiti che erano esclusivo appannaggio dei ceti abbienti. Proprio questi ricchi divennero gli usurai cristiani. Ad essi, una volta sparita la terribile concorrenza ebraica, si doveva rivolgere la povera gente specialmente dopo le calamità che causavano lutti e distruggevano i raccolti. A quanto risulta dai documenti notarili, gli usurai cristiani richiedevano interessi di ben due carlini al mese per ogni ducato prestato e cioè il 200/% al mese e il 2400% l'anno. Inoltre, poiché la povera gente era costretta a garantire i prestiti anche sulla casa, sul bestiame o sul piccolo appezzamento di terra, in caso di insolvenza gli usurai cristiani pignoravano questi beni lasciando sul lastrico i poveri debitori insolventi. Nell'archivio di Stato di Lamezia Terme ci sono a centinaia gli atti notarili che documentano questi autentici delitti a danno della povera gente. E i nomi di questi usurai cristiani appartenevano a note famiglie con grandi patrimoni fondiari. Di fronte a questa situazione la popolazione nicastrese, come quella di altri centri del regno di Napoli, inviò una supplica al sovrano chiedendo di far ritornare gli ebrei esternandogli "il bisogno grandissimo che teneno de li ebrei per li pagamenti fiscali quali serriano impossible poternosi pagare senza de la stancia de quili". In effetti, Carlo V, per rispondere a tutte le richieste in tale senso, il 23 novembre 1520 emanò un editto con cui venivano richiamati nel regno gli ebrei a particolari condizioni. Alcuni ebrei fecero ritorno anche a Nicastro. Ma l'opposizione della Chiesa "contra obstinatissimam judaeorum perfidiam", affidata alle prediche di preti e frati, scatenò nuovamente l'odio contro quelli che avevano cercato di trarre profitto dall'editto. La cacciata definitiva degli ebrei dal regno di Napoli avvenne nel 1702 pochi anni prima che finisse la dominazione spagnola sostituita da quella degli Asburgo d'Austria (1734). Quale fu il destino della judeca di Nicastro? Le poche famiglie ebraiche convertite al cristianesimo e integrate grazie a matrimoni misti restarono nelle loro abitazioni e col tempo persero completamente la loro identità ed appartenenza. Il resto del quartiere, che si snoda verso l'alto della timpa a partire dal ponte sul Canne proprio nelle vicinanze della confluenza col Niola (chiamato allora Ponticello o Piedichiuso), fu occupato in parte inizialmente da alcuni abitanti dei vicini quartieri dopo che le case abbandonate dagli ebrei fuggiaschi furono messe all'incanto. L'occupazione totale e massiccia del quartiere avvenne dopo la disastrosa alluvione del 6 gennaio 1563 del Canne e del Niola. Fu interamente sommerso il rione denominato Le capanne che sorgeva proprio a ridosso del Canne. Gli scampati occuparono le case del soprastante quartiere ebraico della judeca, oggi chiamato Timpone. Anche la piccola sinagoga, posta al centro del quartiere, fu adibita inizialmente ad abitazione da chi l'aveva acquistata. Essa fu trasformata in chiesa a metà del '700. Infatti, nel 1720 un certo D. Orazio Vicino, prima di morire, lasciò al vescovo quella casa di sua proprietà in cambio di un certo numero di messe in suffragio della sua anima. Alcuni anni dopo un suo figlio di nome D. Antonio Vicino, d'accordo col vescovo, su quella casa fece costruire la chiesa, dedicandola a S. Agazio, soldato romano martire, e ottenendo che essa fosse considerata de jure patronatus della sua famiglia. |
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