Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia

Aveva portato con sé i pochi suoi libri tra cui la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Parlava correttamente l'italiano, pur dopo tanti anni, e recitava a memoria Dante. La sua lingua però era ormai quella spagnola e in spagnolo annotava su dei foglietti volanti quelle riflessioni, aforismi e sentenze che costellavano le sue conversazioni e che egli chiamava "voci". Alcuni dei suoi amici, in special modo Miguel Andrés Camino e José Pugliese, lo convinsero, dopo le sue tante reticenze, a pubblicarle. Era il 1943 e Porchia aveva 56 anni. Scelse lui stesso il titolo: Voci.

C'era sulla copertina il timbro di "Impulso" e, all'interno, una nota di presentazione molto timida e scolorita - come la definisce acutamente ed ironicamente il critico Raùl Rossetti - firmata dal poeta e pittore suo amico Alessandro Tomatis che "sicuramente non capì l'importanza di ciò che stava presentando". Ne furono stampate mille copie a spese dell'autore. Ma passarono inosservate e non se ne vendette che qualche esemplare. Tutte le altre (oggi tanto ricercate dai collezionisti) restarono a lungo ammucchiate nella sede di "Impulso" finché non fu chiesto a Porchia di andarle a ritirare perché erano d'ingombro. Porchia decise di regalarle alle biblioteche popolari. Da questo gesto disinteressato e silenzioso iniziava la storia incredibile del successo delle Voci. Il caso disseminava per tutto il territorio argentino la oggi leggendaria edizione. I lettori cercavano il libro come tanti iniziati; in tanti lo copiavano a mano.

Si verificava poi un altro caso decisivo per la fortuna delle Voci. Esse andarono a finire casualmente in mano al critico francese Roger Caillois, uno degli intellettuali che hanno segnato il '900 europeo, il quale, durante la seconda guerra mondiale, si trovava in Argentina come rappresentante dell'UNESCO, lavorando nella redazione della prestigiosa rivista SUR, diretta da Vittoria Ocampo

Ne rimase incantato. Volle conoscerlo personalmente. Ecco come lo descrive: "Avevo di fronte un uomo di circa 50 anni, di aspetto rispettabile, semplice e timido, non sembrava uno studioso né vestiva elegantemente; un uomo che lavorava da artigiano o da carpentiere". Lo invitò a pubblicare alcune delle sue 'Voci' sulla rivista alla quale collaboravano i più importanti scrittori. Caillois, intanto, rientrava in Francia, traduceva le 'Voci' e includeva alcune di esse nel numero annuale di Dits (edizione di Gallimard) e poi anche nella rivista parigina Le Licorne. Porchia nel 1948 venne convinto dagli amici a pubblicare una seconda edizione con le tante altre 'Voci' che era andato trascrivendo negli ultimi cinque anni. L'anno dopo (1949) Caillois a Parigi fece pubblicare le 'Voci' nella serie G.L.M. (Guy Lévy Mano) col titolo Voix.



L'opera suscitò un grande interesse e ammirazione tra gli intellettuali e i critici. Nel 1956 Raymond Queneau includeva le Voci tra i cento libri di una biblioteca ideale. La stessa cosa affermava Henry Miller in un suo articolo intitolato The books of my life (1957). Dal canto suo, André Breton nel 1950 alla domanda "quale interesse attribuisce al recente contributo in lingua spagnola alla vita intellettuale?" postagli in un'intervista da José M. Valverde (in Correo literario, Madrid settembre 1950) rispondeva: "[…] Purtroppo sono in gran parte costretto ad astenermi dall'esprimere la mia opinione. […] Allo stato attuale delle mie informazioni aggiungo che il poeta di lingua spagnola che mi tocca di più è Ottavio Paz, messicano, e che il più duttile pensiero di espressione spagnola è per me quello di Antonio Porchia, argentino, portato alla luce in Francia da Roger Caillois che ha tradotto un volume delle sue Voces. Questo ancora una volta senza dare giudizi aprioristici su ciò che in Spagna si è scritto per ben quindici anni" (A. Breton, Entretiens, Lucarini, Roma 1989, p. 233, ed. Gallimard Parigi 1952, Nouvelle èdition revue et corrigée en 1969).


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