Lamezia Terme e Galati Mamertino (prov. di Messina): due idiomi a confronto

di Francesco Polopoli

Non trovo migliore incipit di questo, come sfondo ideale di un contributo, teso ad accomunare attraverso la lingua, uomini e cultura: "Io sono nato nel cuore dei Nebrodi, dove il vecchio "Castrum" si affaccia dominatore delle convalli e tutta la classica zona di Val Demone allinea le sue montagne come quinte di teatro. A questi monti e a queste valli si rivolsero i poeti quando Cristo non era ancora nato; e a questi luoghi si rivolse anche Giosuè Carducci quando, rattristato e stancato dalle miserie della storia, cercava le acque più pure della leggenda e, scrivendo le "Primavere elleniche, cantava e domandava:

…La valle ov'è che i bei Nebrodi monti
solitaria coronano di pini,
ove Dafni pastor dicea tra i fonti
carmi divini

La valle che tu cerchi è qui, o Poeta della Terza Italia! E' qui, nel gran cuore silvano dei Nebrodi, ai piedi del paese dove io son nato e dove spero un giorno di morire, per una poesia che non morrà. Forse il mio paese non è bello in ciò che è, ma è bello in ciò che offre, cioè nella visione che ci apre. Io sono nato quassù e la fotografia del mio paese, è un po' anche la fotografia della mia anima, perché anche la mia anima ha sorriso e il cipiglio, il pianoro verde e la roccia brulla, il garofano d'acqua sorgente e la pietraia arsa ed aspra, la pura grazia del semplice e il viziato fascino dell'orrido; anch'essa ha la Pace, la Forza e l'infinito" (Dal vol. "Crepuscoli" di Nino Ferraù). Il linguaggio come commento del mondo? Continua la versificazione di Ferraù che si rivela nel prosieguo divinatoria, oracolare:

…il mio pensiero,falco della rupe,
nomade eterno come la moneta,
vaga,ma solo in te trova una meta,
parte,ma solo in te trova un asil..
( Al mio borgo natio )


E' fuor di dubbio che la vis cogitandi, introiettando il mondo, lo organizzi e lo definisca secondo categorie linguistiche. "Nihil est in mundo, quod non est in textis", ovverosia niente esiste nella realtà se non ha avuto una formalizzazione intellettuale, se cioè le cose non hanno trovato una trasposizione in "parole e strutture di pensiero". Curioso però è il fatto che il vate di Galati Mamertino, Nino Ferraù, prestigiosa voce del panorama letterario italiano contemporaneo, correli con una intuizione lirica la moneta alla parola; una relazione poetica e poietica stilisticamente efficace, per quanto scientificamente giustificata. F. Rossi Landi in "Semiotica ed ideologia: applicazioni della teoria del linguaggio come lavoro e come moneta. Indagini sull'alienazione linguistica", Milano 1979 afferma che una "comunità linguistica si presenta come una specie di immenso mercato nel quale parole, espressioni e messaggi circolano come merci"; come la moneta, anche il linguaggio esiste solo nell'atto di essere speso, cioè l'una e l'altro hanno una funzione solo quando ci se ne disfa, o parlando o pagando. Né più né meno che il denaro, la parola acquista il suo valore solo all'interno di un sistema di convenzione ed accordo, la cui caratteristica specifica è quella di essere un sistema sociale, organizzato intorno alla presenza di un mittente/emittente, e di destinatario/ricevente secondo la terminologia jacobsoniana. Quanto più ampia è la circolazione, tanto più efficace è la sua condivisione.

La "langue" italiana, come tutte le lingue, è un'istituzione sociale che chi parla o scrive continuamente manipola per adattarla alle proprie esigenze, un rapporto convenzionale, che lungo il binario desausserriano significante/significato, apre alla comunicazione. I dialetti, nonostante la diffusione dell'italiano a scala nazionale, costituiscono altrettante varietà geografiche della lingua italiana se non addirittura altrettanti idiomi alternativi, a livello locale, della lingua italiana stessa. Ancora all'epoca dell'Unificazione dell'Italia (1861), i dialetti erano l'unica realtà linguistica conosciuta ed usata dalla stragrande maggioranza degli italiani. L'Unità linguistica italiana richiama, completandolo, il fervido auspicio di Pietro Ardito (1833-1889), insigne letterato nicastrese ai piedi di quei ruderi del Castello definiti dal Frangipane "mucchio di rovine, erette come vecchi scheletri di giganti sul vallone fragoroso, alle spalle del borgo San Teodoro" (Frangipane citato da Mirella Manfrici nell'articolo "Il castello di Nicastro" in Calabria sconosciuta, 1978, N°2, p.94):

E tutti unisca un'alleanza vera,una legge,una fede,una bandiera
(dai versi di "S. Pietro e S.Marco)

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