Lamezia Terme e Galati Mamertino (prov. di Messina): due idiomi a confronto

di Francesco Polopoli

La lingua come rete di relazioni, che supera i frazionamenti politici e sociali nell'accettazione di un canale comunicativo di massa. Solo nel corso del 900 si è determinata la reale affermazione nel paese di una lingua che può essere definita unitaria: una lingua che oscilla tra il fiorentino-lombardo e il fiorentino-romanesco, che non presenta eccessive differenze tra scritto e parlato e che è compresa e usata da tutti gli italiani. A questo risultato hanno portato, oltre che l'unificazione politica del paese (1861), provvedimenti legislativi come l'obbligatorietà dell'istruzione elementare (1859) e media (1962) e fenomeni di grande portata sociale come le forti migrazioni interne degli anni 50 e 60, l'incremento dell'urbanesimo e l'omologazione linguistica e culturale prodotta dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, radio e televisione in particolare. Di Fatto, se ancora all'indomani della proclamazione dell'unità nazionale (1861) gli italiani che parlavano la lingua italiana erano solo il 2,5% dell'intera popolazione giacchè la maggioranza di essi parlava il dialetto, alla metà degli anni 90 gli italiani che non parlavano l'italiano ma parlavano solo il dialetto erano intorno al 14-15%. Al di là delle differenze fonetiche, morfologiche e lessicali che ne fanno lingue diverse, i dialetti e la lingua nazionale si equivalgono pienamente sul piano del valore linguistico: tanto l'una quanto gli altri sono sistemi linguistici compiuti, atti a svolgere in modo adeguato tutti gli scopi comunicativi che sono chiamati a svolgere. La differenza tra l'italiano e i dialetti, perciò, non è di tipo qualitativo, ma è una differenza d'uso. Il dialetto, infatti, ha un ambito d'uso più limitato dell'italiano sia sul piano geografico sia sul piano sociale. Finora i dialettologi hanno rilevato, nell'immensa varietà delle parlate calabresi, una massiccia presenza di elementi greci, nella Calabria del Sud, ed una prevalenza di elementi latini, in quella del Nord. Questo fatto li ha indotti a parlare di una Calabria greca o meridionale, e di una Calabria latina, o settentrionale, coincidenti, pressappoco, con le vecchie divisioni amministrative di Calabria Ulteriore e di Calabria Citeriore, mantenutesi inalterate dal dominio aragonese fin oltre la metà del secolo scorso.

Le conclusioni, a cui gli studiosi del fenomeno linguistico calabrese sono pervenuti, hanno lasciato irrisolto il problema dei dialetti sviluppatisi lungo il confine tra le predette aree. E' il caso dell'idioma lametino, il quale, per il fatto di essersi sviluppato su un territorio che fa da spartiacque fra le due Calabrie, è venuto ad assumere una fisionomia tutta propria che non ne giustificherebbe la sua collocazione né fra i dialetti della Calabria meridionale, né fra quelli della Calabria settentrionale. Penso che tutto questo sia un "Altare di sabbia", frutto dell'ovvietà che s'incurva su se stessa: basta il lavoro di Marcello Sensini a sgretolare e a smantellare idee comuni e chiuse pregiudizialmente alla ricerca che pian piano, fra linee d'ombra e coni di luce, rende onore al vero. In tanta varietà è possibile individuare dei tratti linguistici comuni che permettono di classificare i dialetti meridionali in 3 gruppi:

1) i dialetti meridionali centrali, (quelli laziale-umbro-marchigiani settentrionali);

2) i dialetti meridionali intermedi, (quelli laziale-umbro-marchigiani meridionali,l'abruzzese-molisano,il campano, il pugliese, il lucano e il calabrese settentrionale);

3) i dialetti meridionali estremi, (il calabrese meridionale comprensivo anche del vernacolo lametino,il salentino e il siciliano).

Lo studio di Marcello Sensini, fascinoso all'inizio, risistema i tasselli di quella scacchiera linguistica che è il fenomeno linguistico oggetto d'esame - il vernacolo lametino per intenderci - la cui trama si ricompone a ventaglio intorno a nuove soluzioni.

Le contiguità lessicali e sintattiche riscontrate tra l'idioma lametino (figlio di quella "laida ed oscena loquela" che è il calabrese stando alla definizione dantesca del De vulgari eloquentia) e quello di Galati Mamertino o Di Montalbano Elicona (prov. Di Messina) hanno permesso di spostare il baricentro dell'attenzione altrove, fuori dall'area calabrese. Utile, a tal riguardo ,sarebbe la creazione di un Lessico di "recupero archeo-linguistico" sia lametino che galatese,che riscatterebbe "un romanzo culturale a partire dalle parole" ( del resto lo auspica il noto linguista S. Battaglia, Grande Dizionario della lingua italiana, in Presentazione, pag.5 : <>). Il fatto poi, che alcuni studiosi rilancino la lingua come collettore cromosomico delle nostre esperienze e come raccordo tra l'esperienza, il passato, le radici storiche e le prospettive degli sviluppi potenziali nella cultura (M.Alinei, Lessico come romanzo, romanzo come lessico, in Lingua e Stile 1984 pp.135-155 e Paola Radici Colace, di cui sono allievo, Cultura come Lessico, lessico come cultura: i lessici tecnici e il recupero dell'aspetto materiale e scientifico del mondo greco, in Cultura e Lingue Classiche 3,3° Convegno di aggiornamento e di didattica, Palermo 29 ottobre-1 novembre 1989, a cura di B. Amata, Roma 1993, pp 193-205) non può che sollecitare la realizzazione di un lavoro di questo genere.

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