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Lamezia
Terme e Galati Mamertino (prov. di Messina): due
idiomi a confronto
di Francesco Polopoli |
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Al di là delle differenze fonetiche, l'idioma lametino sembra intrecciato a quello galatese come il bandolo di una matassa scomposta che si lascia sfilacciare senza difficoltà: termini come bbàttiri,bussare (dal lat. tardo bàttere), bisòlu (dal lat bis solum, cfr il lamentino pisùalu), brizziàri, piovigginare (dal lat. volgare briciàre), cannizza (da cannicium), càpiri (dal lat. càpere), cattìvu (il vedovo, colui, cioè, che era captivus, prigioniero dello status maritale), ccattàri,comprare (dal lat. ad captare,intensivo di càpere, prendere,quindi "impadronirsi"), cèrniri,passare al vaglio (dal lat. cèrnere), dimuràri, indugiare, ritardare (dal lat. demoràri), dissapìtu (dal pref. priv. Dis-,male,+l'agg. Sàpidum=saporito, quindi "mal saporito"), fètiri (dal lat foetère), lancèdda, orcio (dal lat lagoenam e dal greco làgynos), musci, gatto (vocativo apocopato con suff.diminuitivo del lat musio che significa appunto "gatto"), 'Nzitàri , innestare (dal supino lat insitum di insèrere ), papula, (perfetta trasposizione del lat papula =bolla o vescichetta cutanea), riddùciri, (dal lat. redùcere), runcàri, decespugliare, (dal lat. runcàre), sdirrupàri o sdurrupàri, precipitare (termine costituito da sdi, metatesi di dis-prefisso separativo + verbo denominativo di rupem, precipizio), sdirrinari, (indebolire i fianchi), strùdiri, consumare (ricalca il lat. dè-struere con l'epentesi di d), tràsiri, entrare (in lat. transìre, in siciliano tràsiri con la caduta di n e il metaplasmo, nel lametino trasìri), tintu, cattivo ( morfologicamente è il part. pass. del lat. tìngere che dal significato di immergere, è passato, negli scrittori ecclesiastici, a quello di battezzare. Partendo da tale accezione, Pagliaro fa risalire il termine al sec. IV, quando la Chiesa cattolica fu lacerata da eresie; e in questo caso il tinctus sarebbe stato un "cristiano battezzato non in modo ortodosso". Da questo presupposto storico il vocabolo avrebbe successivamente assunto il valore genericamente dispregiativo di cattivo, riprovevole), potrebbero comporre un Romanzo verbale sia per l'una che per l'altra parlata (il galatese e il lametino) intorno a quell'intelaiatura che è il fascinoso medium della lingua. Non va sottaciuto che ci sono parole che a livello fonetico si sono conservate inalterate nel tempo: ad es la forma grasta, vaso da fiori, diffusissima in Sicilia (dal greco gastèr, stomaco, secondo quello slittamento di significato, precipuo della lingua, per cui lo stomaco è visto metaforicamente come una dispensa) o gurna, fossa, pozza d'acqua, (dal greco grònos, pietra scavata, grotta: il termine è registrato con lo stesso significato a Montalbano Elicona. Un fossile linguistico greco o una traccia ligure penetrata in area meridionale?). Anche la sintassi del periodo mostra punti di contatto tra l'idioma lametino e il vernacolo galatese: per il verbo dovere si utilizza nel gal. la perifrasi dell'ausiliare avere seguito da (d)a+infinito, es.: èbb'a ìri a Missìna=dovetti andare a Messina (lett. Ebbi da andare a..): un costrutto, che incontriamo negli autori latini cristiani (invece del più classico habère+gerundivo) e che ha continuato a sopravvivere nel fr. Avoir à + infinito, dal quale, probabilmente, è passato sia al siciliano che al calabrese. Simili le forme del periodo ipotetico: le divergenze ruotano intorno al si flussi lamentino e al si fòra galatese (cong. imperfetto latino del verbo essere, forem, fores…): gal. s'àva iùtu, a st'ura fòra turnatu, lam. S'avìa iùtu, a st'ura fhussi turnàtu. Nel rileggere lo "sdrucciolo verso d'un poema eterno" di Nino Ferraù, mi sfugge volontariamente il senso d'insieme del testo poetico e il pensiero salta alla Lingua che, in maniera sinuosa, lega i Canti di un Ciclo epico di Vite… e la chiusa di questo mio contributo inevitabilmente non può essere che la stessa, la voce di Ferraù, collante di due culture, quella lametina e galatese, che il Linguaggio abbraccia a sè pur nelle distanze geografiche. |
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