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Per ricostruire in modo dettagliato la storia delle origini di Bella abbiamo un singolare documento notarile. Esso consta di tre parti: un albarano del 10 febbraio 1785, stilato dal notaio Bruno Bevilacqua, e due strumenti di contratto enfiteutico ad meliorandum rispettivamente del 4 e del 29 luglio 1789 entrambi rogati dal notaio Antonio Saladino. L'albarano o precario era un atto di compromesso riguardante l'enfiteusi e, nel nostro caso, anche la lottizzazione del terreno in vista del definitivo atto notarile da stipulare dopo aver ottenuto i vari nulla osta dalle competenti autorità e cioè dal Vicario Pignatelli, principe di Strongoli, inviato in Calabria dal governo napoletano dopo il terremoto del 1783 per sovrintendere alle varie emergenze determinate dal sisma. L'albarano del 10 febbraio 1785 contiene in sintesi gli elementi fondamentali del successivo strumento notarile definitivo. Recita, infatti, che in quella data si presentarono dal notaio Bruno Bevilacqua don Pietro Di Sensi con regolare procura (sottoscritta dal notaio Domenico Matarazzo) a nome di un certo numero di cittadini del borgo di Terravecchia e l'arcidiacono della Cattedrale D. Antonio Bruni in qualità di procuratore dei quattordici canonici cappellani della Venerabile Cappella di S. Maria de Martiribus, volgarmente detta del Vescovo Giovanni.
Don Pietro De Sensi si obbligava a prendere a censo perpetuo enfiteutico le terre chiamate Caccuri o Romeo, volgarmente dette La Bella, che erano in utile dominio della Cappella di S. Maria de Martiribus eretta in perpetuo altare dentro la Cattedrale, volgarmente detta del Vescovo Giovanni, e pagare ogni anno il relativo canone di 50 ducati alla cappellania e ai suoi attuali e futuri cappellani. |
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