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Si stabiliva, inoltre, che tutte le piante di olive e querce esistenti su quel terreno dovevano rimanere in beneficio del Di Sensi, procuratore dei cittadini richiedenti, mentre dovevano rimanere in beneficio dell'arcidiacono Bruni le venti piante di olive piccole. Quattro anni dopo, e precisamente il 4 luglio 1789, si presentavano davanti al notaio Antonio Saladino da una parte il canonico don Francesco Caligiuri, penitenziere della Cattedrale, in qualità di procuratore della Cappella sotto il titolo di S.Maria de Martiribus, volgarmente detta del Vescovo Giovanni, e dall'altra parte ottantadue cittadini di Nicastro, la maggior parte dei quali provenienti dal quartiere di Terravecchia distrutto dall'alluvione del 1782. Costoro dichiaravano che, in seguito all'alluvione "insolita e improvvisa" della notte del 10 dicembre 1782 del fiume Piazza, il loro quartiere, denominato Terravecchia, era stato travolto dalle acque, con la maggior parte delle case e palazzi rasi al suolo, con la morte di cento e più cittadini, anzi di famiglie intere che restarono parte sepolte sotto le pietre e parte trascinate dall'impetuosa corrente del fiume. I senza tetto cercarono un riparo provvisorio in altre case della città, parte da parenti, parte in affitto, in attesa di una sistemazione definitiva. Ma erano appena passati due mesi quando il 5 e il 7 febbraio e poi di nuovo il 28 marzo del 1783 si scatenò il terribile terremoto che fece danni incalcolabili.
Per ordini superiori furono abbandonate le case di fabbrica e furono costruite baracche di legname sia in campi di privati che su terreni appartenenti ad enti ecclesiastici, purché ritenuti disponibili e idonei. I suddetti cittadini di Terravecchia - scriveva il notaio - desiderosi di trovare un luogo per poter ritornare insieme e non vivere sparsi qua e là per la città e in pagliai nelle campagne, dopo aver vagliato tante soluzioni, individuarono come luogo ideale per ricostruire il loro quartiere un fondo della suddetta cappella "sito fuori questa città nella distanza di un terzo di miglia chiamato volgarmente la Bella, alborato d'olive e querce, luogo salubre eminente in falso piano ove ritravasi un'antica chiesa coll'immagine della Beata Vergine sotto il titolo della Natività di Maria Vergine, volgarmente detta della Bella". |
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