Ricordiamo la funestissima inondazione del torrente Piazza (10 dicembre 1782) che fece 113 vittime nella sola Nicastro. L'anno successivo, il 26 Febbraio e il 10 Marzo, un altro terribile terremoto ridusse ad un cumulo di rovine i paesi intorno alla Piana. Il Re di Napoli si rivolse alla Santa Sede alla quale chiese la soppressione degli Ordini religiosi per devolverne i beni alle popolazioni disastrate. E il Papa Pio VI acconsentì che le rendite dei luoghi pii fossero devolute a sollievo del popolo. Per amministrare queste rendite fu istituita la Cassa Sacra. Questa avrebbe dovuto radunare i beni e i tesori delle chiese dei conventi e dei luoghi pii per amministrarli a favore delle popolazioni. Invece tutta l'operazione si risolse in una spoliazione degli edifici sacri da cui sparirono opere d'arte, suppellettili e vasellame di enorme valore, oltre che manoscritti, incunaboli, pergamene e tanti altri documenti antichi di inestimabile rilevanza culturale e storica. L'alluvione e il terremoto segnarono una svolta per il successivo assetto urbanistico di Nicastro. L'emergenza, infatti venne a condizionare il quadro urbano, influenzando sia gli insediamenti umani che le attività economiche. In particolare nasceva il quartiere di Bella che rappresentò il più significativo intervento urbanistico di fine 700.



Piazza Grande, Nicastro (1760) Archivio di Stato Catanzaro.

Infatti, il 4 luglio 1789, dopo varie peripezie per ottenere le relative autorizzazioni dal vicario Pignatelli, veniva sottoscritto l'atto notarile di concessione in enfiteusi ai senza tetto di Terravecehia e ad a altri cittadini nicastresi del vasto suolo appartenente ad una Cappella della Cattedrale per costruirvi il nuovo quartiere. Il piano di edificazione fu steso dall'ing. Vincenzo Ferrarese con lo stesso criterio adottato per altri paesi distrutti dal terremoto: la piazza in posizione centrale, su cui si affacciava la chiesa, la via pubblica principale come asse portante e tutte le vie ad angolo retto. Nel 1799, dopo la proclamazione a Napoli della repubblica napoletana, anche a Nicastro, come in tanti altri centri del Meridione, si diffuse il moto repubblicano guidato dalla borghesia locale.


Albero della Libertà

L'albero della libertà fu innalzato dai noti "galantuomini" Antonio Renda, Michele Procida, Cesare, Giacomo e Nicola Costanzo, Gaetano e Giuseppe Mazza, Fortunato Nicotera, Giacinto Maione ed Ettore Stella. Il Vescovo Pellegrini, che non nascondeva le sue simpatie repubblicane, benedisse l'albero della libertà al canto del Te Deum. Allorché il Cardinale Ruffo organizzò la marcia della Santa Fede per liberare il Regno di Napoli dai Francesi (1799), anche a Nicastro si diffuse immediatamente il movimento controrivoluzionario guidato anch'esso da esponenti della borghesia cittadina. Ad essi si affiancò il popolo basso che, al primo annunzio dello sbarco del Cardinale, abbattè l'albero della libertà. L'unico ad opporsi a tale sollevazione popolare fu il vescovo. Ma le masse realiste, insorte per abbattere la municipalità repubblicana costituitasi con la benedizione vescovile, si portarono sotto la residenza del prelato pretendendo che egli scendesse a loro fianco a cantare il Te Deum per la vittoria del Re. Il vescovo si rifiutò chiudendosi dentro l'episcopio. Ma la folla inferocita lo costrinse a scendere in piazza a celebrare la fine dell'effimero esperimento repubblicano.


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