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I giochi infantili tipici, come quello della "campana", della "staccia", della "si loca", del "vola llu ciucciu","allu strumbulu", a "pizzicu e mazza", hanno ceduto il posto ad una innumerevole serie di giocattoli meccanici, elettronici, perfezionati e complicati, ai videogiochi ultramoderni, conosciutissimi da tutti i nostri ragazzi. Tante erano una volta le particolari consuetudini da rispettare in occasione dei fidanzamenti e dei riti nuziali, dalla serenata sotto la finestra dell'amata, all'invio del cosiddetto "ambasciaturi" (ambasciatore), persona autorevole che aveva la funzione di chiedere ai genitori della ragazza la mano della figlia, al rituale banchetto a base di salami fatti in casa e pietanze rustiche innaffiate da abbondante buon vino, che serviva per "appuntari 'u matrimmuanu", cioè suggellare la promessa di matrimonio. Tra i lavori domestici femminili erano considerati dei veri e propri riti: la preparazione del pane, da cuocere nel forno a legna, la preparazione delle provviste annuali, l'uccisione del maiale, la cui carne, variamente elaborata, e il grasso ridotto a sugna coprivano il fabbisogno energetico della famiglia per molti mesi e talora per un anno intero. Di particolare importanza il lavoro delle donne in epoca in cui le case non erano munite di impianto idrico. L'acqua potabile doveva essere trasportata dalle fontane pubbliche nelle "vozze", recipienti in terracotta dalla particolare forma a collo lungo e due manici simmetrici, opera dei locali "pignatari" (vasai): le vozze erano quasi un contrassegno, un distintivo di Nicastro; allo stesso scopo erano utilizzati i "varrili", recipienti in legno confezionati dai "varrilari".
Per l'indispensabile bucato e il lavaggio dei panni e della biancheria in genere, bisognava recarsi al fiume. "A lavandara" è oggi una figura ormai scomparsa, inghiottita dal progresso della civiltà industriale, ma nei secoli passati tali lavori, come "assambarari", cioè insaponare, "ncrivillari", cioè sistemare i panni insaponati nell'apposito cesto in cui riceveranno la "lissia" (lisciva) calda, erano portati a termine seguendo delle norme particolari dettate da secolari tradizioni. Singolari consuetudini caratterizzavano i riti funebri, le "pacchiane" che si "sciadavano", cioè si scioglievano le ricche e lunghe gonne del loro tradizionale costume in segno di rispetto, le parenti del defunto in rigoroso abito nero da portare per anni, lo sciogliersi i capelli, il graffiarsi il viso con le unghie, ed altri incontrollati gesti di disperazione, il lungo e lugubre lamento ad alta voce, un pianto misto di lodi e benemerenze dell'estinto, sono tutti usi e tradizioni che sono andati via via scomparendo. |
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