Nel 1792 giunse Arnold Jacobi il quale, come scrive nel suo diario, restò incantato di fronte al golfo di S.Eufemia e alla vegetazione mediterranea che lo circondava: una selva di mirti, rosmarino e timo profumato. Qui - egli diceva - la natura aveva dispiegato tutte le sue forze per ornare il luogo con piante rigogliose, con campi ondeggianti d spighe e prati coperti di fiori multicolori. E, inoltre, uliveti giganteschi, giardini di mandorle e di aranci pieni contemporaneamente di fiori baisamici o frutti maturi. Anche nell'800 molti viaggiatori stranieri scesero a visitare la Calabria. Francesco Lenormant, archeologo francese, venne nel 1879, ritornandovi subito dopo. Di questo viaggio ha lasciato una lunga e dettagliata descrizione nei tre famosi volumi dell'opera "La Grande Grèce", definita da Giuseppe Isnardi "il classico libro che rivelò agli stessi calabresi la loro storia". Molte sono le pagine dedicate alla piana lametina, alla sua storia, ai suoi monumenti, ai suoi costumi e alle sue ricchezze archeologiche.


Veduta di Nicastro (da Jean Claude Richard de Saint-Non, Voyage pittoresque
ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie
, Parigi 1781-1786)

La costa gli apparve coperta di "folti cespugli di lentischi, di pistacchi, di mirti, di citisi, di elianti, di eriche fruttifere, di oleandri e di agnocasto in fiore" che formavano qua e là delle vere boscaglie di difficile accesso. E poi gli ampi oliveti alternati alle piantagioni di fichi, carrubi, mandorli e aranci. Giunto nel centro di Nicastro, rimase colpito dal cadente castello normanno che dall'alto dominava le case sottostanti aggrappate le une alle altre. Intorno alle rovine spiccava un ricco giardino di alberi fruttiferi con magnifiche pergole, mentre le rocce vicine erano tutte coperte di fichi d'india. Descrive poi la pittoresca piazza del mercato, una specie di 'campo di fiera', dove lo colpì la "mensa ponderaria" (ora esposta nel museo archeologico).

Craufurd Tait Ramage, umanista scozzese, compì il suo viaggio nel regno delle Due Sicilie nel 1828. Nelle pagine che descrivono il passaggio dalle rovine di Terina a Nicastro, il viaggiatore sottolinea l'ospitalità della gente e soprattutto di don Michele Procida, la cui casa era "circondata di piante che da noi crescono solo in serra". Dopo aver descritto la curiosità suscitata dalla sua presenza tra la gente di S.Biagio, Ramage sottolinea che le colline erano "ricoperte di immensi alberi d'ulivo e il profumo balsamico degli agrumeti in questa zona avrebbe potuto indurmi a credere che fossi giunto nell'Arabia benedetta". Anche Nicastro suscita il suo stupore. E' una città con eleganti edifici, dall'aspetto romantico, sormontata dal castello dalle torri massicce. "Nulla vi può essere di più bello di questa valle che ho attraversato: i campi ricoperti di fiori e le siepi di lauro, di mirtillo e di melograno ne facevano un vero paradiso[ ...] In serata salii sulla collina che domina la città da dove si gode un' amena veduta[ ...] il sole che volgeva al tramonto, indorava dei suoi raggi il golfo di S.Eufemia. Il "Sinus Terinaeus" offriva allo sguardo uno spettacolo tra i più belli immaginabili e me ne doletti quando le ombre della sera mi obbligarono ad allontanarmene".


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